Nature
Tra novembre e febbraio, al tramonto, gli storni si radunano prima di dormire. Formano nuvole nere che cambiano forma nel giro di pochi decimi di secondo, senza mai scontrarsi tra loro e senza che si veda un uccello guidare gli altri. Il fenomeno si chiama murmurazione, e per quasi un secolo nessuno è riuscito a spiegare come funzionasse davvero.
Nel 1931 l’ornitologo inglese Edmund Selous pubblicò un libro intitolato “Thought Transference (or What?) in Birds”. La sua tesi, dopo trent’anni di osservazioni: gli storni comunicano per telepatia, perché nessun’altra spiegazione può giustificare una sincronia così precisa. La rivista Nature stroncò il libro. Per i successivi settant'anni, però, nessuno propose un’alternativa migliore.
La risposta arrivò da Roma, a partire dal 2005. I fisici Andrea Cavagna e Irene Giardina, dell’Istituto dei Sistemi Complessi del CNR e dell’Università Sapienza, passarono anni a fotografare gli stormi della città con coppie di macchine fotografiche sincronizzate, per ricostruirne la struttura in tre dimensioni. Dalle immagini isolarono la posizione di ogni singolo storno all'interno di stormi che arrivavano a superare i quattromila individui — uno per uno, fotogramma per fotogramma.
Il risultato, pubblicato nel 2008 sui Proceedings of the National Academy of Sciences, ha smontato l’idea della mente collettiva. Nessuno storno tiene sotto controllo l’intero stormo: ognuno segue solo i sette uccelli più vicini, sempre sette, indipendentemente da quanto lo stormo sia denso o rado. Non conta la distanza fisica, conta il numero di individui monitorati — quella che i fisici chiamano interazione topologica, distinta da quella metrica. Uno studio del 2013 dell'università di Princeton ha poi verificato perché proprio sette: è il punto in cui un cervello di storno riesce a tenere traccia dei vicini senza saturarsi, garantendo comunque che l’informazione viaggi abbastanza in fretta da tenere insieme il gruppo.
La stessa regola spiega come si propaga una virata improvvisa, per esempio quando un falco pellegrino attacca e uno storno ai margini dello stormo cambia direzione. Il segnale non rallenta allontanandosi dal punto di origine, come succede nel gioco del telefono senza fili, dove il messaggio si deteriora passando di bocca in bocca. Attraversa lo stormo a velocità costante, tra i venti e i quaranta metri al secondo: in uno stormo di quattrocento storni, l’informazione raggiunge l’ultimo uccello in poco più di mezzo secondo, quasi senza perdere precisione lungo il tragitto.
Non esiste un capofila che dà il comando, né un centro che calcola la traiettoria. Ogni storno reagisce solo a quello che vede intorno a sé, seguendo sette vicini alla volta. È da questa regola, ripetuta migliaia di volte al secondo, che nasce la forma che si vede da terra.