Nell’Inghilterra del primo Seicento i campanari scoprono che far ruotare una campana per un giro intero, invece di farla solo oscillare, permette di controllarne con precisione la velocità e l’istante in cui suona. Il controllo permette loro di variare indipendentemente la velocità di ogni campana, facendole combinare in permutazioni matematiche diverse, dette “cambi”. Nasce così il change ringing: un insieme di ordini possibili da esaurire uno per uno, tirando una corda a testa.

Le regole sono poche e non ammettono eccezioni. Ogni sequenza deve partire e chiudersi sull’ordine base, nessuna sequenza può ripetersi, e da un cambio al successivo ogni campana può spostarsi al massimo di una posizione nell’ordine di suono. Bastano queste tre regole per generare migliaia di combinazioni diverse. Su cinque campane sono 120 le permutazioni possibili, che si esauriscono in circa quattro minuti. Su sette diventano 5.040 — il numero minimo di cambi che nella tradizione inglese definisce un “peal”, quasi tre ore di suono ininterrotto.

Su otto campane la sequenza completa richiede 40.320 cambi diversi. È stata suonata per intero una sola volta nella storia, alla fonderia di Loughborough, il 27 luglio 1963, dopo diciassette ore e cinquantotto minuti di rintocchi ininterrotti, al nono tentativo in altrettanti anni. Bastava un solo colpo fuori posto, in un punto qualsiasi di quelle diciotto ore, per far crollare ore di lavoro.

Nessuno degli otto campanari, in nessun istante di quelle diciotto ore, ha mai sentito la sequenza intera: ognuno percepiva solo il proprio ritmo, il proprio posto che cambiava a ogni colpo, mentre il disegno completo esisteva soltanto nella somma di tutte le corde tirate insieme. Non c’è uno spartito da leggere durante l’esecuzione. Nessuno guida il gruppo nota per nota: c’è solo chi chiama a voce, nei punti concordati, i cambi di metodo, mentre ciascuno porta a memoria centinaia di posizioni e reagisce, corda alla mano, al ritmo di chi gli sta intorno. La sequenza intera la sente solo chi sta fuori dalla torre, ad ascoltare.

Serve sempre lo stesso numero di persone quante sono le campane: non una in più, non una in meno. Se manca un campanaro, la torre tace.

I numeri, al crescere delle campane, sfuggono in fretta a ogni scala umana. Su dieci campane le permutazioni possibili superano i tre milioni: suonarle tutte, senza fermarsi mai, richiederebbe circa 123 giorni. Su dodici arrivano a 479.001.600: quasi quarant’anni di rintocchi continui, giorno e notte. Nessuna torre completerà mai quella sequenza — dodici campane bastano a generare più combinazioni di quante un essere umano potrebbe suonarne in tutta una vita.

Oggi in Inghilterra restano circa quarantamila campanari attivi, su quasi cinquemila torri. Ogni domenica mattina, in migliaia di chiese, si ripete la stessa scena: otto o dieci persone chiuse in una stanza sotto il campanile, ognuna con una corda in mano, che seguono un ordine che nessuna di loro, da sola, riesce a sentire per intero.

40.320

Cambi, le permutazioni possibili su otto campane, suonate tutte una sola volta nella storia

18

Ore di rintocchi ininterrotti per completarle, nel 1963 (17h58, al nono tentativo in altrettanti anni)

8

Campanari, la band fissa richiesta, uno per campana: nessuno in più, nessuno in meno

8

Anni servirebbero per suonare tutte le permutazioni possibili su dodici campane, senza mai fermarsi

Everything is Plural

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