Al tramonto, sulla scogliera di Uluwatu, il pubblico si siede in cerchio ad aspettare. Non c'è gamelan, non ci sono tamburi né gong. Dal buio dietro il cancello del tempio arriva un suono: “cak, cak, cak”, secco, ripetuto, sempre più fitto. Gli uomini entrano in scena, a volte trenta, a volte più di cento, senza portare niente in mano. Il suono lo fanno loro, con la voce.
Il kecak deriva dal sanghyang, una danza in trance usata nei villaggi balinesi per allontanare epidemie e carestie. I danzatori, spesso ragazze giovani, entravano in trance per comunicare con gli spiriti, mentre un coro maschile li accompagnava ripetendo lo stesso “cak”. Negli anni ’30 il danzatore Wayan Limbak e il pittore tedesco Walter Spies staccano quel coro dal rito e lo mettono al centro dello spettacolo: aggiungono la storia del Ramayana, tolgono la trance, aumentano il numero dei cantori. Nasce il kecak teatrale, la versione che oggi si vede a Uluwatu, a Tanah Lot, in decine di villaggi turistici dell'isola. Nel 2015 l’UNESCO riconosce nove danze balinesi come patrimonio immateriale dell'umanità: tra queste c’è il sanghyang dedari, l’antenato diretto del kecak. Il kecak stesso, più giovane, resta fuori dalla lista.
Ogni cantore, seduto nel cerchio, impara a memoria almeno quattro pattern ritmici — cak telu, cak lima, cak nem, cak ocel — e li canta incastrandoli con quelli del vicino. Da solo, un cantore produce solo una sillaba ripetuta a intervalli; la melodia esiste soltanto nella somma di tutte le voci, ognuna nel proprio punto del ciclo. È la stessa tecnica usata nel gamelan, chiamata in balinese kotekan: due parti, polos e sangsih, si dividono lo stesso ritmo, una riempie i vuoti dell'altra. Se un cantore sbaglia il proprio ingresso, o si ferma, il disegno ritmico si rompe.
A guidare il coro sono cinque solisti con ruoli fissi: il juru gending, il juru tembang, il juru klempung, il juru tarik, e il dalang, che narra la vicenda di Rama, Sita e Ravana mentre il resto del coro cambia forma — esercito di scimmie, foresta, oceano in tempesta a seconda della scena. Nessuno di loro suona uno strumento. Il coro accompagna lo spettacolo ogni sera, a Uluwatu come altrove, da quasi un secolo.
150
Voci, numero massimo di cantori in un coro kecak (il minimo previsto è 30)
4
Pattern ritmici che ogni cantore incastra a memoria con quelli del vicino
5
Solisti guidano l'intero coro, senza mai sostituirsi al gruppo
5
Anno circa, nascita della forma teatrale dal rituale sacro sanghyang

